L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

Nella casa delle farfalle gennaio 6, 2012

Casa mia non è una reggia, è un semplice appartamento nella media se non fosse per il giardino. Il giardino è ciò che la rende un’abitazione di tutto rispetto e che, ai miei occhi, la fa somigliare a una villa per ricchi. Da piccola, quando ancora i miei non avevano programmato di comprare una casa e vivevamo la nostra esistenza di nomadi sedentari cambiando ciclicamente e a periodi ben scanditi abitazione, camminando per strada, mi incantavo a osservare le ville che costeggiavano il mare.

Mamma, quella casa è nostra?, le chiedevo. La sua risposta negativa non mi demoralizzava affatto, così immediatamente dopo, catturata dalla bellezza della successiva villa, di nuovo domandavo:

Allora questa. E’ nostra, vero?

Alla sua decima negazione mi mettevo a piangere e, tra i singhiozzi, saltava fuori una delle mie più grandi paure: Allora siamo poveri!

Ero piccola e non sapevo cosa fosse la povertà o, forse, costruivo il significato di quella parola sulla base di fatti e di esperienze che abitavano la quotidianità di bambina.

La mia amichetta, ad esempio, ogni giorno riceveva in dono una bambola nuova. A sera, quando il papà rientrava a casa dal lavoro aveva l’abitudine di portarle un regalo. Lei di bambole ne aveva tantissime. Io, al contrario, ne avevo solo alcune e, alla fine, mi trovavo a giocare sempre con la stessa, la mia preferita: Stregonzi. Una bambola di pezza, con i capelli di lana, un vestitino senza maniche di colore verde e, sotto questo, una maglia a righe bianche e arancioni. Non era bellissima, avevo altre bambole molto più belle, ma quella era la mia preferita semplicemente perché simpatica. Era gradevole per via di quel suo modo buffo di star seduta lì, sulla mensola della mia cameretta. Le lunghe ed esili gambe erano rannicchiate verso l’alto a raggiungere il petto e le braccia sottili, attorno a quelle, le abbracciavano strette strette. Seduta in quel modo era impossibile non notarle: bianche, le mutandine di Stregonzi. E io avevo imparato da lei, dalla mia bambola; così quando guardavo i cartoni animati alla TV, ecco che mettevo i piedi sulla sedia, abbracciavo le gambe e poggiavo il mento sulle ginocchia.

Eccola lì, Stregonzi!, mi diceva mia madre sorridendo. Poi quando cominciai a crescere cercava di spiegarmi che non era carino per una bambina sedersi in quel modo, ché ti si vedono le mutandine, specificava.

Stregonzi me la regalò mio padre. Un giorno, tornato da lavoro, entrando in casa mi portò quel regalo. Era un gesto che conoscevo perché lo vedevo compiersi ogni sera in quell’altra casa, così io pensai che, forse, non eravamo così poveri come credevo, anche se non avevamo una casa nostra. La convinzione della non più presunta povertà venne rafforzata quando mia madre, esausta per quell’assurda domanda che continuavo a porle, mi spiegò che quando si paga un affitto per vivere in una casa, quella casa diventa, per un po’ di tempo, tua. Questa risposta me la diede il giorno in cui la mia domanda prese come bersaglio la casa della nonna. Avevo pensato che potesse essere quasi impossibile possedere quelle ville che vedevo per strada e che non conoscevo per niente. Molto più naturale e probabile sarebbe stato poter essere proprietari di una abitazione familiare, che si conosce: pavimenti che calpesti, letti sui quali si salta, muri sporchi di inchiostro perché è divertente scriverci sopra con le penne, anche se qualche ceffone per questo gioco lo prendi.

No, quella è casa di nonna, ci tenne a specificarlo, mia madre. Noi paghiamo l’affitto ed è quella casa nostra, almeno per il momento.

Ma io in quella casa nostra non ci vivevo, io abitavo a casa di nonna e alla nonna l’affitto non lo pagavo. Stregonzi viveva con me, aveva il suo posto lì sulla mensola, e l’affitto neppure lei lo pagava. E i conti non mi tornavano: se paghi un affitto quella casa è tua, almeno per un po’, così mi aveva detto. Ma pensavo che non era propriamente giusto; era simile a quella cosa che accadeva quando giocavo con la mia amichetta.

Me la presti la tua bambola?

Va bene, ma tu che mi dai? e in un equo baratto ci si scambiava le cose, ma si sapeva che il giorno dopo, o al massimo il successivo ancora, avremmo dovuto restituire l’oggetto scambiato, tornando così a quell’ordine delle cose che stabilisce il “questo è mio e quest’altro è tuo”.

Sulla base di questo fatto vissuto tante volte, a me la storia del pagamento dell’affitto per la casa somigliava tanto a un prestito e Stregonzi, con la sua faccia da monella indisponente, era d’accordo con me. Me lo disse un giorno, a modo suo, quando le chiesi:

Stregonzi, ma noi siamo povere? Mi sembrò, inizialmente, che non volesse dirmela la verità, o che non la dicesse in maniera chiara e diretta. Cercava di renderla più dolce, e lo faceva così come solo le bambole preferite sanno fare: rimase in silenzio per qualche minuto, poi m’accorsi che al mio secondo tentativo di ricevere risposta si mise a fissare verso un punto preciso. Stregonzi, ma noi siamo povere?, mi girai e guardai nella direzione che i suoi occhi mi indicavano e la vidi la sua risposta: Barbie principessa.

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15 Responses to “Nella casa delle farfalle”

  1. Azz! Quanto mi piacerebbe scrivere un post con te.
    Questo mi ha commossa.
    Sono davvero felice che tu sia tornata energica e vitale 🙂
    Baci*

    • fantasia972 Says:

      Dici sul serio? mi riferisco al “mi piacerebbe scrivere un post con te”. No, perché a me piacerebbe pure e magari potrebbe avverarsi, insomma sarebbe un piccolo regalo che mi faccio, mi fai.
      Ale, però, non lo so se sono davvero tornata energica e vitale, questo l’ho cominciato a scrivere qualche tempo fa e poi non ho più continuato, perché a un certo punto mi blocco e questa cosa mi fa soffrire moltissimo. Ho voglia di tornare pienamente com’ero abituata, ma poi ho paura. Apro la pagina word ed entro in panico, paura di non trovarle, loro le signore parole. Sono un caso clinico! 😦

  2. Ho paura spesso anch’io. Talvolta non posso scrivere perché mi tremano le mani e allora devo prendere un lexotan; poi, però, sono felice, perché questo è il mio mondo.

  3. In quanto al racconto, a me piacerebbe che tu scegliessi uno dei miei post su Splinder – nei preferiti – e scrivessi la tua parte… mi farai sfigurare ma non mi importa!

  4. brumbru Says:

    Uhm. Mi pareva di aver commentato, qui. Di certo l’ho già letto…

  5. Buon mattino, il tuo scritto sembra essere uscito un attimo dai miei pensieri, di quando
    bambina cambiavo l’ennesima casa. Ora, a differenza tua, la casa mia, ancora la cerco.
    Toccante e scorrevole come una carezza nel vento
    Un sorriso
    Mistral

    • fantasia972 Says:

      Bentrovata Mistral! E il tuo nick già mi piace moltissimo! Penso che in tanti siano ancora quelli che la cercano, a volte persino io ché non sono mai proprio certa al 100% di averla trovata. 🙂 Credo che ciò che comunque conti sia il continuare a cercarla. Grazie per le tue parole.
      Ricambio il sorriso aggiungendo un baci8. 🙂
      Felice giornata

  6. monicamarghetti Says:

    ….e io come te ho cambiato tante case da bambina e devo dire anche adesso che sono grande però ci sono giorni che mi sento un pò barbie…non principessa ma va bene così
    un bacio e proseguo nella lettura:)

    ps sei brava davvero Barbara:)


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