L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

VOLEVO LAVARMI LE MANI gennaio 15, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 2:32 pm
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Quando rientrammo, l’accompagnai nella sua camera; sentii scivolare la sua mano che, fino a quel momento, era rimasta prigioniera nella presa della mia. Poi si girò, dandomi le spalle, ed entrò nel piccolo bagno adiacente alla stanza. La seguii, sulla soglia della porta un tanfo mi avvolse bloccandomi. Lei sedette sul bidè e iniziò a far pipì con ancora il vecchio cappotto scuro addosso.

Metteva le sue mani sotto, le bagnava di urina e, con quella, si lavava il viso, le mani.

Mi guardò per un attimo. Che fai?, le chiesi. Silenzio. Quando ebbe terminato di detergersi con il suo piscio si alzò, si asciugò al cappotto e uscì. Continuai a seguirla con gli occhi, poi ebbi voglia di lavarmi le mani anch’io per togliermi di dosso quel posto che cominciava a starmi stretto. Lavarmi da quelle loro manie che non comprendevo, dalle loro urla, dai loro occhi di vetro.

Volevo lavarmi le mani, ma non nel suo modo, non alla maniera di una malata mentale. Volevo lavarmi le mani come sanno fare i normali, con acqua e sapone; e poi asciugarle con un asciugamano, o con un fazzolettino di carta nel caso non ci fosse, o pigiando il pulsante del ventilatore presente nei bagni pubblici. Tutte cose normali, mica quelle robe che vedevo ogni giorno.

Michelina, ad esempio, sapeva giocare con il vuoto che le viveva attorno. A volte, era come se, dall’alto di una montagna, chiamasse, con un lieve sussurro, nomi che io non sapevo capire e quelli le ritornavano indietro con tutta la forza di una eco che si faceva volto. Solo allora la vedevo sorridere e io capivo che era tornata, che era di nuovo lì, nel suo corpo.

Michelina non mi guardava mai negli occhi, non guardava negli occhi di nessuno; se provavi tu a farlo i suoi occhi diventavano gallerie buie e ti ci perdevi. La prima volta che ci entrai, in quel buco nero, ebbi paura e scappai via di corsa; mi sembrò interminabile come se una volta entrata lì dentro non si potesse più uscirne. Saggio era non inoltrarsi troppo, questo pensai. Mi girai e venni fuori dai suoi occhi. Mi bastavano le poche informazioni che i dottori, i responsabili della struttura mi avevano fornito sul conto di quella donna: aveva vissuto nel manicomio assieme a tutti gli altri prima che entrasse in vigore la legge Basaglia; sapevo che era autistica. Non c’è molto da fare con lei, mi informarono, non capisce quasi nulla; quindi non perderci tempo., conclusero mentre Michelina camminava avanti e indietro per il corridoio, con la testa bassa a guardare il pavimento persa tra le fessure che cementavano i singoli mattoni. Una formica, così la vidi e di Michelina me ne innamorai. Questo fino a quando il sistema dei normali, con le loro movenze perfette, le voci gradevoli, i gesti controllati non mi avrebbe inghiottita e corrotta.

Lavarmi le mani come lo sanno fare solo i normali. Masturbarmi al buio, nel letto della mia stanza, in solitudine. Sorridere di sorrisi falsi, stringere le mani in modo formale. Lì, invece, tutto era diverso. Sottosopra.

Le strette degli abbracci di Donata mi facevano male. Donata era sordo-muta, analfabeta. Sapeva comunicare solo con le tenaglie che aveva al posto delle braccia.

Irene, una bambina anziana. Capelli grigi e corti, bassa, tarchiata, il volto rugoso che faceva a botte con la bambola che portava sempre con sé in braccio. Irene che piangeva perché voleva i giocattoli, perché le pile si scaricavano e i suoi pupazzi parlanti non funzionavano. Irene che saltava e cantava. Irene che improvvisamente un giorno cambiò: non più bambina-anziana, ma ragazza-anziana e si innamorò perdutamente di Maria.

Che succede?, le chiesi un giorno che non volle partecipare ai giochi. Mi rispose che era triste perché sua moglie aveva la febbre. Io pensai che si trattasse di uno dei suoi giochi visionari. Mi prese la mano e mi portò nella stanza di Maria, la moglie.

Erano capaci di distruggermi e io avevo paura di diventare come loro: matta.

Ma i matti erano dall’altra parte. Lo capii lì, nel bagno di Michelina dopo che si lavò le mani con il suo piscio. Volevo lavarmi le mani per liberarmi di tutti loro, mi avvicinai al lavello, girai la manopola del rubinetto. Niente. Non venne fuori nemmeno una piccola goccia d’acqua. Riprovai a girarla e rigirarla più volte, da un verso e poi dall’altro, provai con quella dal cerchio rosso e poi, ancora, con la manopola azzurra. Caldo, freddo. Nulla. Guardai la tazza del water, mi avvicinai e tirai lo scarico. Nessuna cascata, mentre Michelina mi guardava con attenzione. Nel bagno di Michelina l’acqua non c’era, volutamente l’avevano chiusa. A Michelina i sani, i normali le avevano tolto anche l’acqua. Michelina non si faceva toccare da nessuno. Ci impiegai mesi prima di riuscire a tenerle la mano quando la portavo a passeggiare sul lungomare. Quel giorno nel silenzio di un bagno fatto di tubi vuoti, aridi, secchi e senz’acqua Michelina mi si avvicinò e con un indice incerto e timido mi toccò il viso balbettando il mio nome, io piansi e lei mi sorrise.

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10 Responses to “VOLEVO LAVARMI LE MANI”

  1. Hai un modo di scrivere che coinvolge. Azione, riflessione, azione: questa è una formula magica, in apparenza semplice ma in realtà assai complessa da tradurre su carta, o pc che sia.
    Bacioni ^^

  2. stefano re Says:

    Concordo con Alessandra.
    Stefano

  3. brum Says:

    Concordo pure io. Anche se questo genere di racconti non mi piace.

  4. keypaxx Says:

    Le mani protagoniste. Le mani che sanno raccontare, sanno svelare, sanno nascondere, sanno togliere e sanno aggiungere. Direi che nella tua ritrovata prosa le mani sono emblema.
    😉


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