L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

Nella Casa Delle Farfalle 4 gennaio 17, 2012

Si chiamava Colonna il signore che, a scuola, aveva il compito di suonare la campanella. Io pensavo che fosse lì solo per quello: premere il pulsante e farla squillare. Mi piaceva il suo nome, e se chiudevo gli occhi lo vedevo alto e possente, bianco, forte e… muto. La voce del sig. Colonna io non riuscivo mai a sentirla, perché coperta da tutto il resto che lo circondava, campanella compresa. Lo sapevo che una voce doveva averla pure lui, perché ci salutava con un “Buongiorno, bambini” che io non sentivo, ma leggevo sulla sua bocca. Lo ripeteva ogni mattino alle otto e trenta, l’ora d’inizio delle lezioni. A scuola Stregonzi non me la lasciavano portare, avrei tanto voluto che lei fosse con me. Lo avrei voluto, in maniera particolare, il giorno in cui la maestra mi fece dono di “Giove e Saturno”. Quel giorno piansi fino a vomitare, non in classe però. Non volevo darle quella soddisfazione. Piansi quando tornai a casa e nemmeno tra la braccia di mia madre, tanto lo sapevo che alla fine la colpa sarebbe stata la mia. Le mie lacrime furono asciugate dalla stoffa del vestitino di Stregonzi. Fu lei a consolarmi e a farmi tornare il sorriso, proprio come Giuseppe seppe fare in classe quella stessa mattina.

L’ho incontrato di recente, Giuseppe. Un mattino, in piazza; io uscivo dall’ufficio postale, mi sentii afferrare per un braccio. Mi spaventai, non lo riconobbi immediatamente. Poi l’abbraccio. Era tornato per stare qualche giorno con i suoi genitori. E Giuseppe, quel giorno, a distanza di quasi trent’anni mi confidò che avrebbe voluto incontrarla, la maestra, per dirle che su di lui si era sbagliata.

Non ero bravo a scuola, non lo ero da piccolo e non lo sono stato da ragazzo; ma mi è riuscito d’ imparare a… vivere; mi sono trasferito in Australia, ho imparato l’inglese, mi sono fatto una bella famiglia, lavoro e sto bene. Ti giuro, vorrei tanto poterle dire: “Hai visto? Con me hai sbagliato tutto!”, queste furono le sue parole e mi impressionarono; pensai alle radici degli alberi e ai terreni, pensai ai giardinieri improvvisati, pensai ai semi, pensai alla scuola. Mi tornarono in mente i disegni che facevo da bambina. Una grande casa, con il tetto spiovente rosso e, sopra, un cartello con la scritta in stampato maiuscolo: SCUOLA. Ai lati dell’edificio due grandi alberi dalle chiome verde brillante, un portoncino marrone sempre aperto e tanti bambini felici, come farfalle.

La casa delle farfalle, pensavo fosse quella. Disegnai la scuola in quel modo fino a quel momento: il giorno dei due pianeti, poi non più.

Fu proprio Giuseppe a dirmi di Giove e Saturno dopo che la maestra, spazientita dal fatto che non riuscivo a svolgere un problema di matematica alla lavagna, mi afferrò per i capelli sbattendomi il capo sul nero sporco di gesso. Rimasi in piedi e ferma per un po’, con il groppo in gola che si era andato a formare non tanto per il dolore sentito alla fronte, quanto per l’umiliazione di aver reso pubblica la mia demenza.

Non lo avevo capito quel problema. Non sapevo risolverlo. Ero scema. Ero nuda e tutti mi potevano vedere: lì, sola al centro della stanza, in piedi.

Trattenni a stento le lacrime, poi mi avviai verso il banco, quando la maestra impartì l’ordine: Va’ a posto!

Ti ha fatto Giove e Saturno, mi disse Giuseppe toccandosi la fronte e alludendo ai bernoccoli che mi sarebbero venuti fuori. E mi sorrise. Lo disse sottovoce, quando gli passai di fianco al suo banco, facendo attenzione che lei non lo sentisse. Quel giorno compresi che la scuola non poteva essere la casa che cercavo. E, questa volta, mi sentii davvero povera.

Non sei povera, mi tranquillizzò Stregonzi quando a casa le raccontai tutto. L’abbracciai stretta a me, certa del fatto che lei non sapeva mentire, non sapeva cosa fossero le bugie così come io non capivo e non sapevo bene cosa volesse dirmi. Non m’importò di conoscerlo, mi accontentai della caramella che mi regalò per consolarmi.

L’abito della mia bambola di pezza, sul davanti, aveva un’enorme tasca e io lì dentro conservavo piccoli dolciumi. Quelli che “risparmiavo” durante i miei esercizi di povertà.

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16 Responses to “Nella Casa Delle Farfalle 4”

  1. keypaxx Says:

    Un esercizio di stile che permette di approfondire quanto già hai seminato. Io trovo, in ogni tua scrittura come già ho affermato, un aspetto fiabesco. Aspetto che viene richiamato anche nei “semplici” (virgolettato) particolari. Come Stregonzi ben ci dimostra.
    Un sorriso per la serata.
    ^____^

    • fantasia972 Says:

      sono del parere che il confine tra realtà e sogno, o fiaba, è sottile sottile… 🙂
      Ti rivelo un segreto: Stregonzi è esistita e forse esiste ancora da qualche parte, devo solo impegnarmi maggiormente nella ricerca!
      un sorriso a te!

  2. Sei una scrittrice “vera”.
    Punto.
    E io ti abbraccio ^^

  3. Sappi che non lo dubitavo… di Stregonzi.

  4. brum Says:

    A me Stregonzi piace assai, la maestra molto meno. Bisognerebbe farle un Marte così.

  5. Una scrittura molto piacevole

  6. keypaxx Says:

    Forse sarà anche esistita. Ma la sua natura così fortemente sognante la imprime con decisione, diritto e forza nell’immaginario puro della fantasia.
    Un sorriso per il fine settimana.
    ^____^

  7. per prima cosa dimmi dove abita quella maestra (vado la strozzo e torno) poi devo dire che in matematica io facevo quasi sempre scena muta…detesto i numeri !
    no no hai ragione la casa che cercavi così disperatamente non era quella!!
    un bacione a te e a Stregonzi (adoro questo nomignolo)

    • fantasia972 Says:

      Ma sai che l’ho incrociata qualche anno fa, mi ha fatto una tenerezza infinita! Era rigida, è vero, però ricordo ancora un suo bacio su quella stessa fronte, un bacio vero a stampo accompagnato da un abbraccio unico. 🙂
      Non era così terribile, sto romanzando! 🙂

  8. meno male 🙂
    però questo tuo romanzare mi piace un sacco:))


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