L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

IMPLANTOLOGIA DI UNA ERRE gennaio 21, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 10:25 am
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“Ho un problema con il mio nome. Non mi crede?”, il tizio all’accettazione alzò per un attimo gli occhi e guardò la donna attraverso le spesse lenti. Intanto la signora Barbara Ardito, impaziente di risolvere il suo problema, batteva nervosa il piede per terra. L’uomo le passò un foglio bianco e una biro.“Compili questo”, le disse.Il foglio in questione era un modulo di quelli semplici: nome, cognome, data di nascita. La donna lo prese tra le mani, che cominciarono a tremare, impedendole di scrivere il suo nome. Il nome che racchiudeva la sua vita, tutta la sua disagevole e incompiuta vita, come quel modulo riconsegnato in bianco.“Non posso compilarlo, disse con voce tremula, il mio problema è proprio questo. Non riesco a scrivere il mio nome perché ho perso una delle lettere che lo compongono. L’ho cercata ovunque, ma senza risultato. E a causa di questo la mia vita sta andando allo sbando. La posta non mi arriva, i miei amici non mi chiamano, ho perfino provato a cercarmi sull’elenco telefonico, ma non mi trovo”.Lo spazio vuoto lasciato dalla lettera mancante sembrava stesse risucchiando con sé, in un posto ignoto, tutta l’esistenza della donna che, con gli occhi bassi, aggiunse: “Ho pensato che voi possiate risolvere il mio problema”.L’uomo sbuffò borbottando qualcosa, e scomparve dietro la porta, dopo un freddo “Torno subito” che lasciò la donna sola con i suoi pensieri.Barbara Ardito aveva un nome che non le era mai piaciuto davvero. Sognava di chiamarsi Anna, o Francesca, non sapendo bene il perché; quel che era certo è che l’odio per quel nome era cresciuto nell’età scolare, quando i nomi prendono forma e consistenza sulla carta. Per tutta l’adolescenza, poi, aveva provato a renderlo bello e accattivante, esercitandosi a scriverlo con penne colorate e profumate sui fogli di quaderno, sugli angoli dei libri di testo, sui giornali che leggeva. Ma per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre lo stesso: un obbrobrio di nome in cui la “B” maiuscola non sapeva mai dosare la grandezza delle sue due curve, che apparivano sproporzionate, troppo piccole o troppo grandi; la timida gambetta della “a” che si nascondeva e si attaccava, come fanno i bambini timorosi, alla gonna troppo ampia di una “r” ingombrante e soffocante , come lo sono certe madri che amano di un amore malato i loro figli. E ciò che rendeva quel nome insopportabile era la ripetizione delle stesse lettere, sempre uguali e identiche, che si strutturavano in una spirale dalla quale se ne usciva esausti, e con la mano indolenzita per le troppe ripetizioni. Barbara, e ogni volta che si trovava costretta a doverlo scrivere, quel nome, il volto le diventava pallido, il cuore accelerava i suoi battiti, e una sudorazione improvvisa rendeva il foglio appiccicoso, e faceva scivolare via la penna dalle dita.Il cognome, poi, faceva a botte con la sua natura: fragile, insicura, sempre indecisa. Vivere, lasciarsi morire o tirare a campare? Ardito: sembrava davvero tutto uno scherzo, una terribile burla, una buffa rappresentazione teatrale senza senso, come la vita che fino a quel momento aveva tentato di vivere. Aveva resistito certo, c’erano stati i giorni del “non importa, va tutto bene”, e quelli dell’ignoranza forzata dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia; e ancora altri durante i quali, il problema nome, lo aveva incastrato tra i denti: mascella serrata, impossibile liberarsi, fuggire. Lo teneva in sospeso, senza mai ingoiarlo, senza mai sputarlo, senza mai… e poi l’incontro con Roberto, l’uomo che l’aveva resa più leggera, che non la chiamava mai Barbara, ma Banita. E nella sonorità di un nuovo nome aveva dimenticato il suo, rimasto lì tra la stretta dei denti, o semplicemente strappato, come si strappa un dente malato. Banita, e con naturalezza, senza alcun dolore, spariva l’amarezza e la bruttura di un nome: il suo nome che, adesso, aveva perso la R e con essa tutto ciò che la conteneva. Barbara viveva in una bella casa con giaRdino, ma si era trasformato in gia dino; in esso profumavano le sue Rose diventate, ora, delle orribili ose; e l’amoRe, degli amici, dei suoi cari, del suo uomo, solo un insignificante amo e; e lei, Ba ba a A dito, che adesso era lì in attesa di risposte e muoveva, con fare nervoso, la lingua, controllando la sua dentatura: incisivi, premolari, molari, spazio vuoto al settimo coronale superiore di sinistra.“Rivoglio la R del mio nome”, disse con tono deciso al dentista che venne fuori accompagnato dall’uomo con il quale aveva parlato.“Prego si accomodi, le disse invitandola a seguirlo, si sieda e apra la bocca che debbo controllare”.La donna eseguì l’ordine, senza fiatare.“Eh sì, le manca un molare, ne è rimasta solo la radice che le crea problemi; ma non deve preoccuparsi di nulla, una estrazione e poi…”“Poi cosa?”“Sorrida e stia tranquilla che le moderne tecniche di implantologia hanno fatto passi da gigante… tra qualche settimana riavrà la sua R”.
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14 Responses to “IMPLANTOLOGIA DI UNA ERRE”

  1. Rimango rappreso rovistandovi rimossi rimorsi, racchiude rivoli rivoltosi, rendendo ruvido ridere

  2. Barbara è un nome stupendo… come questo post.

  3. Lo faremo, prima o poi, un post insieme?

  4. brum Says:

    Eh… il mio nick è perfetto per te, allora…

  5. keypaxx Says:

    Gioco di nomi, gioco di definizioni. Celate sotto le vie della vita. Che ammiccano e si dimostrano sempre presenti. Ma a cosa servono poi i nomi? la risposta leggendo… e si legge, originale e non banale.
    Un sorriso per la serata.
    ^_____^

    • fantasia972 Says:

      Sì, questo racconto è nato per gioco! In realtà era una sorta di esercizio dal titolo “raccontare di sé mentendo”. Io non so davvero se mi sono mantenuta in quella che era la traccia da seguire, ma scrivere a comando non so farlo e il racconto ha preso questa piega! 🙂
      Un sorriso e grazie

  6. Senti BABAA come suona dolce:))
    a parte gli scherzi un nome bellissimo con impianto delle R o no tu sei straordinaria ecco:)))

    • fantasia972 Says:

      Sai che c’è un “nano” che gironzola per casa da un paio di anni, adesso lui ne ha 4, che mi chiama proprio così: Ba bba ba! e io l’adoro, nel racconto ho mescolato un po’ di cose. l’idea dell’impiato mi è venuta per sublimare il terrore del dentista! 😦
      Ma a quanto pare, dopo sette mesi di torture tra qualche settimana riavrò il dente! (anche se come dico io, bionico!) Un abbraccio donna bella! 🙂


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