L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

CICLICA settembre 25, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 7:17 am
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Il giorno del tredicesimo compleanno ricevetti in dono un’ampolla di cristallo. Mia madre mi portò in bagno e lì ne bevvi il contenuto.

Adesso sei diventata ciclica , così mi disse.

Nei mesi successivi compresi cosa significassero quelle parole. Sentivo la ciclicità muoversi dentro.

Poi le cose, lentamente, sono cambiate. Il tempo, da allora, è trascorso lineare. Una croce sul calendario annotata mensilmente me lo ricorda, assieme agli sguardi e alle frecciate di quelli che camminano sicuri sulla linea retta. Per esser come loro devo nascondermi: continuo a bere dall’ampolla, nel segreto della stanza da bagno, quel contenuto color rubino che fa di me un essere speciale. E’ un rituale che condivido con altre mie simili, anch’esse rinchiuse nelle stanze bianche a bere.

I rettilinei non ne conoscono la potenza, ma ne hanno paura; così come hanno timore delle donne capaci di scrivere con l’inchiostro rosso. Esse sanno disegnare la vita.

Per questo vogliono drogarci con calmanti effervescenti.

Per questo ci hanno private di penne e fogli sostituendoli con assorbenti alati.

 

 

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IL MUSCHIO SUI RICORDI giugno 4, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 8:35 am
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Oggi, quando ti ho visto, il cuore ha sussultato. Mi ero ormai rassegnato all’idea di restare solo per il resto dei miei anni. Il tempo che scorre, spesso, è un sequestratore: ci rapisce, ci porta via, lontano. Molte volte mi sono chiesto che fine avessi fatto. Mi domandavo come gli anni ti avessero cambiato. Sapevo di essere, per te, un luogo magico: da quassù riuscivi a vedere le cose del mondo da prospettive diverse. Un legame, il nostro, di amicizia profonda consolidatosi da continue visite.

 

I miei occhi hanno visto e condiviso i tuoi momenti di vita: era sempre una festa quando la tua mamma portava te e tua sorella fin qua sopra. Le grandi lenzuola danzavano al vento e il profumo fresco del bucato riempiva non solo la tua anima, ma anche la mia. Mi piaceva vedervi giocare tutti e tre assieme. Il sorriso, sui vostri volti, riempiva tutto, l’enorme spazio che vi circondava, e sorridevo anch’io. Poi tua madre si chinava sulle ginocchia per guardarvi negli occhi e vi abbracciava. A quel punto mi sentivo quasi di troppo, come se la mia presenza potesse, in qualche modo, essere una indiscrezione a quel momento tutto vostro. Poi però pensavo, sono davvero fortunato, il più fortunato del mondo. Essere testimone dell’amore è privilegio di pochi.

 

Ricordi quando mi presentasti al tuo cuginetto? Che gioia vedervi giocare insieme. Io mi sentivo orgoglioso e fiero, sapevo di piacervi con le mie mattonelle dal colore della terra, amavate la mia altezza e il panorama che sapevo offrirvi. Non puoi nemmeno immaginare quanto mi facevate ridere; le ruote delle vostre macchinine solleticavano la mia scorza dura, resistente. Un terrazzo forte e robusto, ma dal cuore tenero. Ecco cosa sono.

 

Con il tuo cuginetto ne avete di combinate di marachelle; i calci al pallone e le corse per scappare alla noia dei compiti. I gavettoni fatti a chi di sotto passava per caso…

 

Poi siete cresciuti e, diventati ragazzi, i pensieri e i discorsi cambiavano. Non più interessati a giocare con le macchinine, i vostri interessi erano soprattutto rivolti a ciò che accadeva nei vostri cuori.

 

E il giorno che corresti su da me, sedendoti sul muretto mentre le lacrime scendevano sul viso senza potersi fermare e sentivo il tuo dolore e la tua rabbia nei confronti della vita. Tuo cugino non sarebbe più venuto con te qui sopra. Tuo cugino non avrebbe più giocato e parlato e confidato i suoi segreti a te… a me.

 

La morte se l’era portato via.

 

Poi a poco a poco le tue visite sono diventate sempre più sporadiche, fino a quando non ti ho più visto.

 

La tua mamma, ormai, è anziana e non riesce a salire le scale per raggiungermi, e stendere i panni ai fili che sono tutti per terra, spezzati. La tecnologia vi è venuta incontro e il vento che soffia forte, qui vicino a me, non è più necessario per chi ha scelto di acquistare una asciugatrice.

 

Tu sei diventato un uomo compiuto e sei impegnato con il lavoro che ti prende tanto.

 

Ma oggi quando ti ho visto, il cuore ha avuto un sussulto e, poi, mi sono vergognato… di me stesso, per come sono ridotto.

 

Il tempo ha lasciato i suoi segni anche su di me. Le mattonelle non sono più del colore della terra, non sono più lisce. I colori di prima sono spariti e adesso predomina il verde del muschio. L’ho vista la meraviglia, l’ho visto lo stupore nei tuoi occhi, sul tuo volto. Non te l’aspettavi. Invecchiato, imbruttito anch’io.

 

All’inizio hai mosso pochi passi, poi hai cominciato a correre, come facevi da bambino. In quella corsa c’era la voglia di far tornare indietro il tempo, il desiderio di spazzare quel verde che è andato a cementarsi sui ricordi. Correvi, correvi veloce e poi sei scivolato. Mi sei caduto sopra. Ho sentito le tue mani premere su di me. Le unghie che graffiavano sul verde umido. Ho sentito ancora il tuo cuore e i tuoi pensieri, e ho avuto una sola certezza: torneremo, nuovamente, a condividere la vita da queste altezze e non permetteremo mai più al muschio di crescere sui ricordi.

 

Tutto è famiglia maggio 19, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 4:32 pm
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E’ bella la mia terra. La mia terra è la Puglia: rossa, verde e azzurra. Lunga e stretta, molto lunga; così lunga che vivere a Bari, ad esempio, fa una differenza non da poco se, invece, vivi a Foggia o a Lecce o a Brindisi. Mi piace e mi diverte la sonorità delle parole che cambiano da città a città. Quello che però è uguale per tutta la sua lunghezza è il bianco delle case, la luce accecante del sole d’estate e l’azzurro del cielo. E’ uguale anche il silenzio e non parlo del silenzio della campagna, o di quello che puoi trovare in riva al mare d’inverno, ma di quello che, spesso, abita nei cuori dei pugliesi.

E’ un silenzio che non mi è mai piaciuto, perché imposto. Fin da quando ero bambino: “Zitto, ché sei piccolo!”.

E impari che i piccoli non saranno mai come Davide che con un sasso e una fionda uccise Golia.  Ti insegnano così ad abbassare lo sguardo, ché la paura è più grande, più forte. E la paura ha un volto fatto di violenza, ignoranza, povertà, soprusi e abusi.

Tutti sanno, tutti tacciono. Tutti vedono, tutti fanno finta di non vedere e camminano guardando per terra, perché così è meglio per tutti.

E’ quel pensiero ossessivo e dominante della “sacralità” della famiglia.

Ho sempre avuto la sensazione che tutto fosse tessuto in una sola maglia. Che tutto si mescolasse in un assieme che rende bastarda questa parola bellissima. Un assieme prostituito, svenduto, violentato e imbruttito smette di essere assieme e si trasforma in groviglio. Disarmonico, sproporzionato, squilibrato che non ti fa capire più nulla; ed è questo che poi permette l’accettazione passiva di fatti, di modalità d’azione che altrimenti risulterebbero assurde e abominevoli.

Tutto è famiglia: la chiesa, la piazza, la villa abusiva al mare, il casolare abbandonato in campagna. Tutto è famiglia: il prete accomodante, il ragazzo bullo, il ladro di automobili con i suoi amici e sua moglie, il contrabbandiere di sigarette e il venditore ambulante abusivo; il vigile urbano amico del tuo amico che se fai un’infrazione chiude un occhio e il tuo compagno di scuola che si mette in politica e lo voti, anche se sai che è una testa di cazzo, ché può sempre aiutarti in una qualche maniera facendo qualcosa di buono non per la città o il paese, ma per un tuo parente… per la tua famiglia.

Tutto è famiglia.

E alle feste di paese sorridi, anziché indignarti, quando vedi che la statua del Santo patrono si ferma, per una benedizione speciale, di fronte alla casa del “signorotto” di turno ché la sua offerta è stata generosa; e diventi cliente dell’affiliato al clan xxx che ora ha deciso di aprire un negozio di generi alimentari, magari con il riciclaggio di denaro sporco; e quando vai al parrucchiere non ti fai fare ricevuta fiscale perché siamo tutti una famiglia.

Famiglia, il focolare domestico dove regna quieta la calma placida; dove se provi a romperla, quella calma, facendo sentire la tua voce ti dicono, nella migliore delle ipotesi che sei scemo. E se questo non ti ferma o non ti spaventa e cominci a dir di no, a guardare dritto negli occhi chi ti circonda, smettendo di camminare guardando per terra,  ti ritrovi minacciato da chi il giorno prima era tuo amico; da chi ti ha visto crescere, da chi consideravi parte della tua famiglia. E all’improvviso ti accorgi che non esiste nessuna famiglia, che sei solo con i tuoi pensieri e la voglia, autentica, di amare davvero la tua terra: la Puglia.

 

Post ad personam (Cinciviola) maggio 10, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 9:43 am
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Siccome sono imbranata e non ho mai provato, qui su wp, a caricare delle foto dal pc pensavo che prima o poi sarebbe accaduto; beh, sono pigra per certe cose, ma oggi niente pigrizia e la voglia di giocare e provare è tanta… e poi mi piace molto quello che vorrei mostrare alla mia amica. Certo più semplice inviarle un mms, ma Ba bba ba, o fantasia, ama le cose complicate e così…. oh la finisci di scrivere stronzate? Vabbe’, vabbe’… ferma! 

Rullino le trombe e squillino i tamburi:  ecco a voi il coprispalla cinciviola!

Allora Monì che te ne pare? 🙂

P.S. Ovviamente avrei voluto che le foto fossero più grandi, ma non ho capito come si fa! 😀

 

Nella casa delle farfalle 9 aprile 30, 2012

La donna appariva d’improvviso. Non chiudevo gli occhi, impedendomi di dormire, fino a quando non la vedevo prendere forma dinnanzi a me. L’aspettavo ogni notte e, puntale, arrivava. Non ho mai visto il suo corpo, solo la testa che se ne stava sulla parete: tonda e riccioluta, immobile e silenziosa; i suoi occhi si muovevano e somigliavano tanto a delle lancette e, anche per questa ragione, la battezzai Signora Orologia.

Tic, e le palpebre si aprivano; tac, e si chiudevano; tic, guardava a sinistra; tac, e poi a destra; tic, e in alto; tac, e dopo ancora in basso. Tic tac, e il tempo scorreva lento e riempiva la notte scacciando i colori. Non provavo paura e sapevo sentirmi a mio agio in sua compagnia. Tic, tac, tic, tac, e i suoi occhi nei miei. E i suoni e i rumori in quel momento cessavano: gli scricchiolii dei mobili, il vento che parlava attraverso le fessure delle porte e delle finestre; e perfino i cani, per strada, smettevano di abbaiare. Tutto doveva fermarsi. Tutto doveva farsi muto. Mi facevo piccola nel letto, ma le orecchie erano attente, il padiglione pronto ad accoglierlo, il condotto uditivo perfettamente sveglio, il timpano teso come la pelle di un tamburo smanioso di vibrare e poi giungeva, piano come se venisse da lontano, il ticchettio strano di Donna Orologia, il ticchettio del silenzio.

Tic tac tic tac tic tac, e imparavo che ci sono cose che si sentono con gli occhi e altre che si vedono con le orecchie.

“Le orecchie bianche”, così ci chiamavano i grandi. E in nostra presenza il loro parlare diventava sussurro; dalle loro bocche venivano fuori parole tagliate, era allora che i suoni mi entravano dagli occhi.

I volti dei grandi cambiavano timbro e tonalità. Bassi, grevi e tirati. Sui volti, nei gesti sentivo le parole srotolarsi. A volte, lo facevano velocemente. Facevano capriole e salti sulla lingua, ma i denti le tagliavano e io leggevo parole spezzettate che cercavo di ricomporre nella mia testa.

Così accadde che una sera, in auto con i miei, riuscii a ricucire una di quelle parole che sentii con gli occhi: litigio. I miei genitori avevano litigato e potevo sentirlo dalla tensione che venne a star con noi nell’abitacolo dell’automobile per tutto il tragitto.

La sera raccontai a Donna Orologia ciò che avevo sentito. Lei spostò gli occhi e poi divennero tutti bianchi. Due sfere chiare e grandi e dentro quelle vidi tutte le altre parole che non ero riuscita a ricucire e provai un senso di colpa immenso. Avevano litigato per causa mia, ma non ne conoscevo ancora il motivo. Cercai di addormentarmi, ma non mi riuscì. Allora cercai le mie ali di Farfalla per provare a volare via lontano.

Quello fu il mio primo volo notturno.

 

 

La scarpa aprile 23, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 7:25 am
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Prendimi, ma fallo con delicatezza; adagiami piano e va bene anche il pavimento, perché ciò che conta è il gesto con il quale mi sposti. Toccami, per sentire sulla tua mano la mia consistenza di pelle, calda e morbida.

Non ti fermare al primo tocco, prosegui con una seconda carezza e una terza e, magari, anche una quarta e una quinta e mentre continui a toccarmi infilalo, ma piano.

Quando sarà dentro fa in modo che si muova nello spazio che lo avvolge così che possa conformarsi per diventare un tutto con quello. E poi, allora e solo allora, stringilo forte, legamelo dentro con i lacci… il tuo piede.

 

P.S. il titolo, mi sa, che rovina il gioco…. ma non viene altro in mente. 🙂

Buon inizio di settimana a tutti!

 

Splendere ogni giorno il sole aprile 11, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 8:30 am
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… e comincio a credere si tratti di stile. E, credetemi, non è lo stile dello struzzo, ma quello di un’anima che non s’arrende al mondocacca.