L'idiot@

“All’improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all’oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente. La sua mente e il suo cuore s’inondavano di luce straordinaria. Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui cominciava l’attacco.” L’ idiota, Dostoevskij

MARIPOSA (Nella casa delle farfalle) settembre 30, 2012

Filed under: Uncategorized — fantasia972 @ 9:56 pm
Tags: , ,

Volare di notte fu molto diverso, perché diverse sono le farfalle notturne. Si liberano nell’aria quando tutto è oscuro. Il peso e lo sforzo che compiono è proporzionato all’inquietudine del loro volo che si compie quando il sole dorme, fregandosene di tutto ciò che potrebbe accadere. A vegliare resta la luna che di notte smette di essere ridicola*. Chi vola di giorno non potrà mai capirlo, continuerà a pensare a essa come a una palla di luce insignificante; continuerà a permettere che lui, il Sole, li accechi.

Non si fa guardare, il sole. Non permette a nessuno di farlo. Ha timore, è un falso coraggioso che sa solo imporsi, anche a chi non lo ama.

Chi vola di giorno non potrà mai vedere il tracotante pancione della Luna capace di accogliere tutti, anche i figli non voluti. E le falene lo sanno e cercano quella pancia, sempre. A volte sbagliano, seguono finte scie luminose; sono le farfalle giovani che non sanno ancor bene riconoscere le tracce autentiche. Accade, allora, che le vedi compiere voli acrobatici all’interno di piccole stanze, svolazzano attorno a lampadari e lampadine inseguendo bagliori artificiali e sfiorano con le loro ali solo sfere di vetro.

Mariposa si alzò dal letto per andare in bagno, accese la luce e la falena cominciò a volare in direzione della luce. Sembrava impazzita, si avvicinava alla lampadina per poi allontanarsene immediatamente.

Il calore le brucia le ali, pensò. Prese lo sgabello, quello che in bagno usava per arrivare al lavandino, lo trascinò fin sotto la finestra per aprirla e permettere alla farfalla di volar via.

La falena impiegò qualche minuto prima di trovare la strada per la Luna, poi prese la giusta direzione e venne fuori. Rimase a guardarla, illuminata dalla luce intensa della luna, mentre le volava incontro e continuò a osservarla fino a quando non giunse a toccarle la pancia. La vide sorridere felice e Mariposa diventò triste, perché provò una profonda nostalgia di casa.

In quel bagliore di volo notturno ricompose tutte le parole che erano rimaste a metà, chiuse nell’abitacolo dell’automobile di suo padre. Fu come giocare con le perline, infilarle una per volta nel cordoncino per farne un braccialetto o una collana.

LITIGIO, COLPA MIA, FIGLIO, CASA, MAMMA, PAPA’, FRATELLO, SANGUE, NATURALE.

Le prese tra le dita con delicatezza, guardandole bene per non scordarle. Solo le ultime due le sembrarono differenti dalle altre. Avevano una consistenza diversa, come se fossero sfere morbide, gommose; lanciandole avrebbero certamente rimbalzato. Tanti minuscoli saltelli che si sarebbero susseguiti velocemente sulle mattonelle colorate del pavimento, quello che veniva calpestato ogni giorno dalle fantasie che riempivano la casa delle farfalle, la sua testa.

 

* Sylvia Plath

Annunci
 

Nella casa delle farfalle 9 aprile 30, 2012

La donna appariva d’improvviso. Non chiudevo gli occhi, impedendomi di dormire, fino a quando non la vedevo prendere forma dinnanzi a me. L’aspettavo ogni notte e, puntale, arrivava. Non ho mai visto il suo corpo, solo la testa che se ne stava sulla parete: tonda e riccioluta, immobile e silenziosa; i suoi occhi si muovevano e somigliavano tanto a delle lancette e, anche per questa ragione, la battezzai Signora Orologia.

Tic, e le palpebre si aprivano; tac, e si chiudevano; tic, guardava a sinistra; tac, e poi a destra; tic, e in alto; tac, e dopo ancora in basso. Tic tac, e il tempo scorreva lento e riempiva la notte scacciando i colori. Non provavo paura e sapevo sentirmi a mio agio in sua compagnia. Tic, tac, tic, tac, e i suoi occhi nei miei. E i suoni e i rumori in quel momento cessavano: gli scricchiolii dei mobili, il vento che parlava attraverso le fessure delle porte e delle finestre; e perfino i cani, per strada, smettevano di abbaiare. Tutto doveva fermarsi. Tutto doveva farsi muto. Mi facevo piccola nel letto, ma le orecchie erano attente, il padiglione pronto ad accoglierlo, il condotto uditivo perfettamente sveglio, il timpano teso come la pelle di un tamburo smanioso di vibrare e poi giungeva, piano come se venisse da lontano, il ticchettio strano di Donna Orologia, il ticchettio del silenzio.

Tic tac tic tac tic tac, e imparavo che ci sono cose che si sentono con gli occhi e altre che si vedono con le orecchie.

“Le orecchie bianche”, così ci chiamavano i grandi. E in nostra presenza il loro parlare diventava sussurro; dalle loro bocche venivano fuori parole tagliate, era allora che i suoni mi entravano dagli occhi.

I volti dei grandi cambiavano timbro e tonalità. Bassi, grevi e tirati. Sui volti, nei gesti sentivo le parole srotolarsi. A volte, lo facevano velocemente. Facevano capriole e salti sulla lingua, ma i denti le tagliavano e io leggevo parole spezzettate che cercavo di ricomporre nella mia testa.

Così accadde che una sera, in auto con i miei, riuscii a ricucire una di quelle parole che sentii con gli occhi: litigio. I miei genitori avevano litigato e potevo sentirlo dalla tensione che venne a star con noi nell’abitacolo dell’automobile per tutto il tragitto.

La sera raccontai a Donna Orologia ciò che avevo sentito. Lei spostò gli occhi e poi divennero tutti bianchi. Due sfere chiare e grandi e dentro quelle vidi tutte le altre parole che non ero riuscita a ricucire e provai un senso di colpa immenso. Avevano litigato per causa mia, ma non ne conoscevo ancora il motivo. Cercai di addormentarmi, ma non mi riuscì. Allora cercai le mie ali di Farfalla per provare a volare via lontano.

Quello fu il mio primo volo notturno.

 

 

NELLA CASA DELLE FARFALLE 8 marzo 14, 2012

Com’è che vivono le farfalle? Svolazzano di fiore in fiore, in leggerezza. A guardarle bene sembrano sproporzionate con quelle loro enormi ali e la testa minuscola. La nascondono, forse, per timidezza o perché, magari, si sentono inadeguate. Le farfalle le vedi felici, con tutti i loro colori; le farfalle non hanno problemi perché non se li pongono; non si domandano mai se tutto quel loro volare abbia senso. Le farfalle sono stupide, di una stupidità fragile che si fa polvere. Posata, deposta, sedimentata; nervature delicate. Ali. Non puoi toccarle, lo sai. Non volerebbero più, altrimenti.

E una farfalla che non vola smette di essere farfalla.

Giunse il carnevale e io chiesi di mascherarmi da farfalla. Me lo cucì mia madre quell’abito e fu semplice confezionarlo: una tuta verde per il corpicino, un cerchietto con due antennine e le ali. Le volli grandi e colorate. Nel bordo inserì un filo di ferro per farle reggere e le cucì alla tuta verde. Pretesi la polverina. Che polverina?, mi domandò. Quella che hanno sulle ali, che se la tocchi poi non volano più, le risposi. Le ali ebbero la loro polverina, quella argentata che si usava a scuola per i lavoretti di Natale. Le guardai, erano perfette nella loro iridescenza di ali da farfalla e ne sorrisi, compiaciuta.

Svolazzai per diverso tempo, andando ben oltre il periodo di carnevale. Indossavo quell’abito ogni volta che la plastica rosa cercava di corrompermi; lo indossavo quando mi tornava la paura di esser povera perché non avevo una casa; lo indossavo, soprattutto, quando mi sentivo sola proprio come una farfalla che può riempire il suo isolamento con il volo. E mi ingozzavo di saltelli fantastici.

Oplà sul primo scalino; un, due e tre ed ero sul terzo. Al quarto temevo di farmi male, controllavo le ali, tutto a posto!, mi dicevo e mi buttavo. Scalini, marciapiedi e muretti permettevano alla mia fantasia di trasformarli in spazi grandi, in azzurri che sovrastavano il verde dei prati sui quali poter svolazzare. Erano odorosi di terra bagnata, altre volte il profumo diventava pungente e disgustoso. Dovevo scappare, battevo con più forza le ali per allontanarmi dall’afrore e cercavo i fiori sui quali riposare.

Preferivo farlo sulle pratoline che amavo in particolar modo. Quando sonnecchiavo sulle corolle dei fiori di campo cercavo di ridimensionare le ali. Mi raggomitolavo su me stessa per farle rimpicciolire. Volevo far spazio alle coccinelle così che potessero trovare un posto al mio fianco. Non mi piaceva dormire da sola. E su quello spazio colorato mi lasciavo circondare da presenze: coccinelle, ma anche volti umani.

Le prime mi mettevano allegria. Una sorta di euforia da festa. Trombette e cappellini di carta, musiche e danze, popcorn e succhi d’arancia. Poi chiudevo gli occhi e tutto cambiava. La luce cedeva il posto al buio e in esso prendevano forma i volti.

A mezz’aria c’era la signora dai capelli ricci. Sembrava la pagellina di un morto. Immobile, con un sorriso fermo e con gli occhi come vetri. La guardavo senza rivolgerle alcuna parola, ogni tanto le sorridevo, sperando di farle piacere come accadeva con la statua del Cristo al cimitero. In realtà non ho mai saputo se gradiva i miei sorrisi, perché non mi parlò mai.

Lei era silenzio.

 

 

NELLA CASA DELLE FARFALLE 7 febbraio 22, 2012

Ci sono giorni in cui l’unica cosa che faccio è muovere passi nel giardino di casa. Sono i giorni del silenzio. Sono i giorni dal tempo lento. Sono i giorni in pausa, quelli dei pensieri vuoti, quelli in cui tocco le piante con le spine perché simili a tutti i punti di domanda che, con il loro pizzicare, mi fanno sanguinare la testa; è lì dentro che crescono, nelle zolle di terra grigiastre, tra i vecchi rovi e se provi a metterci dentro la mano, per tirarli via, puoi solo urlare ed è così che smettono di essere i giorni del silenzio.

Nel giardino accadono sempre tante cose diverse; il giardino non è solo il posto della casa adibito e arredato per i sorrisi; è anche il luogo degli angoli nascosti, dove la polvere e le foglie secche trovano posto e vi restano per tanto tempo poiché la scopa fatica ad arrivare fin lì. Negli angoli nascosti, quando il vento soffia forte, si formano mulinelli di gemme cadute dalle piante che non hanno trovato la forza di sbocciare; gemme deboli, fragili…

Era proprio tra quei germogli quando lo vidi, il bruco, vomitare la sua seta, si lasciava soffocare e imprigionare fino a morire nel suo stesso bozzolo.

Lo raccolsi e lo conservai nella tasca del vestitino verde della mia bambola, tra i sassolini che raccoglievo sulla spiaggia e le caramelle premio che ricevevo. Non ricordo perché pensai di custodirlo; ricordo, però, che lo tirai fuori dalla tasca magica e lo posi sulla tomba del signore con i lunghi baffi, sui piedi della statua di gesso che raffigurava Gesù la terza volta che giocai con Lui. Ogni volta che andavo al cimitero mi fermavo, pochi minuti, vicino alla tomba del nonno; poi mi piaceva esplorare e mi allontanavo dalle donne della mia famiglia indaffarate nelle pulizie del tomba stessa. Perlustrando il cimitero scoprii quella tomba. Era lì che mi venivano a riprendere quando, poi, dovevamo tornare a casa. Mi sedevo sul marmo e giocavo a un gioco di mente con la statua. Il gesso bianco e immobile all’improvviso cambiava: il rosso andava a vestire il mantello di Gesù, il marrone i suoi lunghi capelli e la barba, il rosa tenue il volto e le mani con i palmi aperti all’altezza della lunga tunica celeste. E poi la bocca diventava viva e si muoveva distendendosi in sorrisi.

Gesù mi sorride!, affermai convinta quando mi sentii osservare da mia madre. Uno schiaffo la sua risposta secca.

Smettila di prenderlo in giro con tutte quelle smorfie!, non erano smorfie le mie; ricambiavo i sorrisi che la statua sapeva donarmi. Gli sorridevo perché era lui a chiedermi di farlo, gli piacevano e li voleva. Mi piacciono, mi riscaldano, era quello che mi diceva durante il nostro gioco di mente. Aveva freddo, io lo sapevo perché me l’aveva detto. Fu per questo motivo che posai il bozzolo ai suoi piedi; somigliava a una sciarpa e avrebbe potuto riscaldaglieli. I suoi piedi erano nudi. Quella era l’unica parte del corpo di gesso che, durante il nostro gioco, restava bianca, ferma, immobile; non cambiava mai, non si colorava di nessun colore.

Guardai Stregonzi e lei mi guardò; misi la mia mano nella tasca del suo abito presi il bozzolo e lo adagiai sui piedi della statua.

Il bruco sciarpa, il bruco fascia, il bruco stola, il bruco fusciacca; il bruco ingordo che aveva mangiato troppe foglie, rovinandole; il bruco sofferente che aveva vomitato tutta la sua seta fino a morire;  il bruco strisciante che aveva respirato polvere e fango; il bruco, il piccolo bruco peloso e brutto, nascosto nell’angolo del giardino tra foglie secche e aborti di fiori adesso aveva un amico.

Mi prese per il braccio, il volto severo di rimprovero. Andiamo!, la voce greve di mia madre. Andando via mi girai per l’ultimo sorriso, quel giorno superò se stesso: Gesù mi fece l’occhiolino.

 

NELLA CASA DELLE FARFALLE 6 febbraio 5, 2012

Le tasche, tutte le tasche del mondo nascondono, custodiscono, proteggono. Abiti con le tasche, mani in tasca; deve esserci una tasca anche nella mia testa. È lì che sono nata, nella morbida tasca minuta di quand’ero piccola. Avvolta nel calore di una realtà fatta di fili sottili, setosi, pregiati; un bozzolo quadrato, rettangolare o circolare, ma questo non so dirlo con precisione. Le persone importanti della mia vita abitavano nelle tasche dei loro vestiti. Mio nonno, ad esempio, in quelle dei pantaloni scuri di velluto che indossava la Domenica. Poi, però, dovette cambiare domicilio; accadde quando si ammalò. Stando a letto tutto il giorno viveva nella tasca di un pigiama e benché non potesse più camminare io riuscivo a ritrovare le nostre risate, i nostri giochi nella larga sacca di cotone di quei pantaloni ampi e, per me, nuovi. Amo le stelline, sapete quella pastina che solitamente si prepara nel brodo. La amo perché ricordo sempre una sedia e, sopra questa, un piatto colmo di quella minestra. Era il nonno che m’imboccava.

Soffia, altrimenti ti scotti, diceva. Una volta il mio soffio fu davvero potente e dal cucchiaio saltarono per aria tutte le stelline.

Il cielo in una stanza, mi disse sorridendo e poi cominciò a cantare. La sua voce, poco intonata, era bella; e le parole nere di quella canzone danzavano sul bianco del soffitto assieme alle mie stelline. Mi sembrava magia: svanivano le pareti, apparivano gli alberi e le… farfalle.

Nelle tasche vi era tutto ciò che d’importante doveva esserci, persino le lacrime. Questo, però, l’ho compreso molto tempo dopo; allora ero solo una bambina che pensava di essere povera e senza casa; che non dava troppa importanza alle tasche, nemmeno a quella presente, proprio all’altezza del petto, sullo scamiciato verde di Stregonzi.

Un giorno dalla tasca bucata del grembiule della mia Ziamia vidi cadere per terra una collanina.

Ti è caduta questa, le dissi porgendole la collana. La prese tra le mani, la guardò con occhi nostalgici.

A volte, bambina mia, i buchi nelle tasche sono utili; lasciano andar via ciò che ci ostiniamo a voler tenere con noi, sebbene abbia provocato tanto male; siamo davvero stupidine noi femminucce, e poi mi sorrise anche se non bastò a cancellare quella tristezza che avevo visto nella sua tasca. La collana, poi, la mise in una scatola che teneva sul mobile nella sua stanza da letto.

Un giorno, quando sarai più grande, ti farò vedere le mie lacrime; sono tutte qui dentro, mi disse mentre la sua mano tremante riponeva la collana. Era malata di quella malattia che ti fa tremolare tutto, lo era fin da giovane; per questa ragione non si sposò mai. I suoi monili, nella scatola, ondeggiavano anch’essi; si muovevano perché inzuppati nel dolore di amori finiti a causa di quel suo difetto che non piaceva ai familiari dei suoi corteggiatori. Eppure, era così bella! Non abbastanza, forse, da trovare un uomo scudo dietro il quale proteggersi dagli occhi cattivi che sanno solo star fermi. In lei, al contrario, tutto si muoveva: le mani, la testa, il rosario quando recitava le preghiere, le posate quando mangiava, anche le sue carezze e i suoi baci mi dondolavano addosso. Io pensavo che fosse il modo tutto suo per farmi il solletico.

Quel giorno, invece, mi accorsi per la prima volta che quel suo continuo danzare era impregnato, bagnato di lacrime. Ero stata testimone, l’avevo vista davvero: una di quelle tante sue gocce salate scivolò via dal buco della tasca del grembiule, perché voleva andarsene e perdersi per sempre nell’oblio.

Ci sono tasche bucate che non bisogna mai rammendare, ricordalo bambina!, e mi sorrise. Questa volta il suo sorriso riuscì davvero a cancellarle la tristezza dal viso.

 

Nella casa delle farfalle 5 gennaio 25, 2012

Gli esercizi di povertà continuarono per diversi anni migliorando man mano che mi allenavo con impegno e dedizione. Arrivai a pensare che una bambina povera e senza casa deve essere anche buona. Era un binomio di assoluta perfezione che persino il più indaffarato soccorritore di bambini poveri non poteva ignorare: il buon Gesù l’avrebbe presa a cuore e chissà, magari, qualcosa l’avrebbe davvero fatta per aiutare la poveretta. L’idea di rivolgermi a qualcuno di così potente, forse, fu influenzata da una vecchia zia che viveva con mia nonna paterna. Ziamia, così si chiamava. Mi piaceva quel suo nome, me la faceva sentire mia. E credo che piacesse molto anche lei sentirsi chiamare così.

E’ buffo, ho quarant’anni e dovrei chiedere ai miei genitori il nome di quella zia, perché non lo conosco; la chiamavano tutti Ziamia.

Era piccina di statura, aveva dei modi gentili che sapevano conquistarmi e poi era in sintonia con la mia galoppante fantasia. Quando andavo a trovarla mi accoglieva con sorrisi buoni, poi mi guardava e mi chiedeva di recitare a occhi chiusi una preghiera per l’enorme Gesù col cuore in mano raffigurato in un quadro e sistemato su una sorta di altarino in alto, all’angolo della stanza da giorno. Si raccomandava che la mia preghiera fosse silenziosa, a mani giunte e a occhi chiusi. Io ubbidivo.

Ma perché hai il cuore in mano? Non ti fa male?, gli domandavo.

Non lo so, non so se quella potesse essere una preghiera, ma il fatto che quel Gesù tenesse il cuore, il suo cuore in mano, mi faceva impressione. Temevo soprattutto per lui, che sentisse dolore, che soffrisse, e non mi sapevo spiegare perché non chiedesse aiuto domandando a qualcuno di rimetterlo dentro, il suo cuore. Poi pensavo alle mani che avrebbero dovuto prendergli il cuore per rimetterlo a posto, scuotevo la testa come per cancellare quell’immagine di mani enormi e sanguinanti che facevano spazio nel petto del Cristo e proseguivo la mia preghiera silenziosa.

Le mani dei grandi sono troppo grandi e tu senti più male, per questo non vuoi chiedere aiuto; c’è bisogno, forse, di una mano piccola come questa. Se vuoi, Gesù, posso prestarti la mia mano.

Terminavo con il “Così sia”, solo quello era a voce alta e mi serviva a far capire alla vecchia zia che avevo finito la preghiera. In quel preciso momento sentivo “tac” sul pavimento. Aprivo gli occhi e lì per terra, accanto ai miei piedi, c’era una caramella. La tenda alla finestra si muoveva leggermente come spostata da un alito di vento, Ziamia vicino alla tenda. Mi piegavo a raccogliere la caramella, mentre il sorriso della vecchia zia confermava che ero davvero una brava bambina: la caramella era il premio per la mia bontà. Gesù con il cuore in mano aveva gradito la mia preghiera. Io contenta scartavo la caramella e la mangiavo. Poi davo un abbraccio alla mia Ziamia e, questa volta, la caramella era lei a darmela prendendola dalla tasca del grembiule.

 

Nella Casa Delle Farfalle 4 gennaio 17, 2012

Si chiamava Colonna il signore che, a scuola, aveva il compito di suonare la campanella. Io pensavo che fosse lì solo per quello: premere il pulsante e farla squillare. Mi piaceva il suo nome, e se chiudevo gli occhi lo vedevo alto e possente, bianco, forte e… muto. La voce del sig. Colonna io non riuscivo mai a sentirla, perché coperta da tutto il resto che lo circondava, campanella compresa. Lo sapevo che una voce doveva averla pure lui, perché ci salutava con un “Buongiorno, bambini” che io non sentivo, ma leggevo sulla sua bocca. Lo ripeteva ogni mattino alle otto e trenta, l’ora d’inizio delle lezioni. A scuola Stregonzi non me la lasciavano portare, avrei tanto voluto che lei fosse con me. Lo avrei voluto, in maniera particolare, il giorno in cui la maestra mi fece dono di “Giove e Saturno”. Quel giorno piansi fino a vomitare, non in classe però. Non volevo darle quella soddisfazione. Piansi quando tornai a casa e nemmeno tra la braccia di mia madre, tanto lo sapevo che alla fine la colpa sarebbe stata la mia. Le mie lacrime furono asciugate dalla stoffa del vestitino di Stregonzi. Fu lei a consolarmi e a farmi tornare il sorriso, proprio come Giuseppe seppe fare in classe quella stessa mattina.

L’ho incontrato di recente, Giuseppe. Un mattino, in piazza; io uscivo dall’ufficio postale, mi sentii afferrare per un braccio. Mi spaventai, non lo riconobbi immediatamente. Poi l’abbraccio. Era tornato per stare qualche giorno con i suoi genitori. E Giuseppe, quel giorno, a distanza di quasi trent’anni mi confidò che avrebbe voluto incontrarla, la maestra, per dirle che su di lui si era sbagliata.

Non ero bravo a scuola, non lo ero da piccolo e non lo sono stato da ragazzo; ma mi è riuscito d’ imparare a… vivere; mi sono trasferito in Australia, ho imparato l’inglese, mi sono fatto una bella famiglia, lavoro e sto bene. Ti giuro, vorrei tanto poterle dire: “Hai visto? Con me hai sbagliato tutto!”, queste furono le sue parole e mi impressionarono; pensai alle radici degli alberi e ai terreni, pensai ai giardinieri improvvisati, pensai ai semi, pensai alla scuola. Mi tornarono in mente i disegni che facevo da bambina. Una grande casa, con il tetto spiovente rosso e, sopra, un cartello con la scritta in stampato maiuscolo: SCUOLA. Ai lati dell’edificio due grandi alberi dalle chiome verde brillante, un portoncino marrone sempre aperto e tanti bambini felici, come farfalle.

La casa delle farfalle, pensavo fosse quella. Disegnai la scuola in quel modo fino a quel momento: il giorno dei due pianeti, poi non più.

Fu proprio Giuseppe a dirmi di Giove e Saturno dopo che la maestra, spazientita dal fatto che non riuscivo a svolgere un problema di matematica alla lavagna, mi afferrò per i capelli sbattendomi il capo sul nero sporco di gesso. Rimasi in piedi e ferma per un po’, con il groppo in gola che si era andato a formare non tanto per il dolore sentito alla fronte, quanto per l’umiliazione di aver reso pubblica la mia demenza.

Non lo avevo capito quel problema. Non sapevo risolverlo. Ero scema. Ero nuda e tutti mi potevano vedere: lì, sola al centro della stanza, in piedi.

Trattenni a stento le lacrime, poi mi avviai verso il banco, quando la maestra impartì l’ordine: Va’ a posto!

Ti ha fatto Giove e Saturno, mi disse Giuseppe toccandosi la fronte e alludendo ai bernoccoli che mi sarebbero venuti fuori. E mi sorrise. Lo disse sottovoce, quando gli passai di fianco al suo banco, facendo attenzione che lei non lo sentisse. Quel giorno compresi che la scuola non poteva essere la casa che cercavo. E, questa volta, mi sentii davvero povera.

Non sei povera, mi tranquillizzò Stregonzi quando a casa le raccontai tutto. L’abbracciai stretta a me, certa del fatto che lei non sapeva mentire, non sapeva cosa fossero le bugie così come io non capivo e non sapevo bene cosa volesse dirmi. Non m’importò di conoscerlo, mi accontentai della caramella che mi regalò per consolarmi.

L’abito della mia bambola di pezza, sul davanti, aveva un’enorme tasca e io lì dentro conservavo piccoli dolciumi. Quelli che “risparmiavo” durante i miei esercizi di povertà.